ROMANO BATTISTI “La forza di Luna Rossa”

Romano BattistiRomano Battisti, grinder di Luna Rossa, l’unico team nella storia della Coppa America che è arrivato ad un passo dalla vittoria sfidando in finale la Nuova Zelanda detentore del titolo.

Romano, possiamo dire che hai realizzato il tuo secondo sogno nel cassetto, fai parte del primo equipaggio che riesce in questa storica impresa. Poi ci sta anche che il vento gira e le cose non vanno proprio come uno vorrebbe…
Ma nei tuoi sogni nel cassetto c’era fare le Olimpiadi e partecipare all’America’s Cup.
Che sensazione hai provato?

Ti fà prendere coraggio di quando volere è potere. Quando uno pensa che vuole fare una cosa e poi la riesce a concretizzare, ti fa dire che è semplice. Che allora veramente tutto quello che penso riesco a farlo, non è sempre così, ma quando hai una cosa dentro che ti fa bruciare ogni giorno lo stomaco, ci pensi in continuazione, se sei sempre determinato, sempre convinto di quello stai facendo, soprattutto nel mio caso accade che molto spesso riesco a raggiungere l’obiettivo. Chiaramente si può sempre fare meglio, perché io lo volevo vincere la Coppa America, sono andato a farla e sono contento lo stesso del traguardo raggiunto ma non sono completamente appagato…

Capisco, però è vero anche che avete raggiunto un risultato storico e tu hai dovuto affrontare una selezione durissima per far parte del team
Da questo punto di vista sono stato molto avvantaggiato provenendo dal canottaggio, perché l’equipaggio non lo fa lo skipper, l’equipaggio lo fa la barca. Questa barca aveva bisogno di atleti che giravano delle manovelle che producevano dell’energia quindi per lo più un lavoro di endurance, quindi il mio pane quotidiano come allenamento da canottiere. Ho dovuto soltanto spostare la forza dalla parte bassa delle gambe, alla parte alta delle spalle, quindi non tanto agire sul motore che è l’apparato cardiaco quindi il cuore, ma andare a lavorare sui muscoli della zona specifica. Noi canottieri siamo si degli atleti che usano tutto corso di corpo, ma il 80% della nostra spinta sulla barca viene dalle gambe. Quindi ho dovuto stravolgere un po’ la mia preparazione, ma avendo tanto volume alle spalle, una volta capito il gesto tecnico e rinforzata la massa muscolare superiore, mi sono subito trovato con i ragazzi che già erano diversi anni che facevano quel movimento.

Quindi sei passato dal Canottaggio alla Vela, dalle Medaglie del 2 di coppia a Grinder di Luna Rossa.
Cosa ti ha spinto a scegliere questa nuova sfida?
La motivazione più grande è stato il voler rincontrare Joseph Sullivan, il ragazzo che era sull’imbarcazione della Nuova Zelanda che mi ha battuto alle Olimpiadi di Londra. Lui subito dopo le olimpiadi decise di smettere con il canottaggio è si ritirò dalla voga. E non ho avuto più modo di incontrarlo dopo Londra su nessun campo di regata. Questa cosa me la sono portata un po’ dentro. Cioè quando tu sei una persona che ama fare le sfide e si ritrova ad certo punto che lo sfidante che ti abbattuto una volta, non hai più avuto la possibilità di incontrarlo, sei triste… Quando ho visto che Joseph Sullivan era nel team di New Zeland mi si è accesa la lampadina. Scrissi subito una mail allo staff di Luna Rossa motivando proprio questo particolare a Maxi Silera che è lo skipper attuale e conosceva già molto bene Sullivan. Lui aveva visto diverse volte la mia gara contro la Nuova Zelanda, una gara molto particolare che i Neozelandesi definiscono “la gara più dura della storia” perché ci hanno sorpassato sul rush finale negli ultimi dieci colpi…
Quindi quando Max ha letto, sapeva che quello che avevo scritto era la verità e ha pensato che potevo riuscire a trasmettere qualcosa di positivo.
Mi hai dato quindi la possibilità di fare una selezione e di mettermi in gioco con tutti i grinder che già era un anno che si preparavano e si stavano allenando in palestra.

Io non mi sono fatto prendere di sorpresa e sono arrivato ben preparato con una programmazione ad hoc fatta per dimostrare di essere pronto, anche perché stavo entrando in punta di piedi in un mondo che non conoscevo per niente, riferito come attrezzo, come barca e strumenti, quindi mi son detto “voglio fare bella figura” perché non so andare in barca fatta ma se loro hanno bisogno di atleti, devo dimostrare di essere all’altezza, che uno che arriva dalle olimpiadi e dal canottaggio è un’atleta professionista.

E quando sono arrivato lì, mi sono presentato come se dovessi fare una gara dove i miei avversari erano i grinder che erano intorno a me.
Lì hanno capito subito di che pasta ero fatto e che ero una “bella macchina” e mi hanno preso per mano, spiegandomi via via tutto ciò che avrei dovuto fare e imparare, tra cui tutta la terminologia in inglese o di un’imbarcazione che non conoscevo.
Perché quando mi sono avvicinato alla vela ho investito le mie prime giornate ad uscire in barca per imparare i nomi di tutta la componentistica, però quando sono arrivato lì è stato come iniziare da zero perché quello che avevo conosciuto in italiano, non lo conoscevo in inglese e non ero in grado di comprenderlo.
Ho dovuto mettermi lì e segnare nel taccuino tutte queste cose nuove e ogni giorno scoprivo sempre qualcosa da imparare.

Hai uno staff di persone che ti segue come preparatore, mental coach, nutrizionista?
Sì, nel team eravamo ben organizzati. C’era il nostro capo grinder che era Gilberto Nobili, team director che era anche il nostro preparatore, quindi noi seguivamo tutti i giorni il suo programma di allenamento e anche in cucina lui cercava di farci seguire dai cuochi, per un’alimentazione idonea.

Segui delle regole riguardo l’alimentazione? Come sono bilanciate le calorie tra colazione, pranzo, cena?
Dipende, nella vela non puoi fare un programma giornaliero standard perché è molto vario da un giorno all’altro. Puoi uscire in barca alle 5 di mattina come alle 5 di pomeriggio. In base al vento organizzi la giornata e quindi di conseguenza solo la sera prima sai quale sarà il programma di allenamento del giorno successivo. Nella giornata standard, quando non si usciva in mare, si faceva l’allenamento alle 7:30 in palestra e dopo un’ora di allenamento andavamo a fare colazione alla mensa. Era una colazione a buffet molto libera e ricca: uova al bacon, cereali, yogurt, frutta, pane tostato ecc. In base al peso che dovevi raggiungere oppure perdere, si regolava la dieta. La maggior parte di noi Grinder dovevano prendere peso, quindi i nostri alimenti erano sempre con molte proteine. Solo nei giorni di festa mangiavamo un cornetto o la pasta, mentre nei giorni normali avevamo frullati, uova, prosciutto, bresaola, grana, una colazione molto varia ma con alimenti salutari più ricchi di proprietà nutritive.
Quindi la cosa di cui ci si preoccupa è sempre quello di mangiare il più possibile quando si è a terra perché nelle giornate che si passano al mare ci sono anche delle sessioni di 4-5 ore senza interruzioni. Noi eravamo un Team molto ben organizzato e uno dei miei ruoli nelle equipaggio era proprio quello di essere responsabile della cambusa per cui dovevo ogni volta che uscivamo in barca, assicurarmi che c’erano degli alimenti a sufficienza per la giornata di allenamento.

Mi mettevo d’accordo con la cucina per un primo e un secondo in vaschette, ad esempio petto di pollo, spezzatino, roast beef accompagnato da riso o pasta fredda. Poi portavamo degli snack, panini con bresaola, prosciutto, tonno e pomodoro.
Un’altra cosa molto importante che dovevo controllare era l’integrazione con i prodotti che utilizzavano per ogni atleta: la bottiglia d’acqua, la bottiglia di sali, la barretta, il gel energetico. Da tenere sempre in più, perché se si andava troppo per le lunghe, bisognava arrivare a fine giornata senza andare incontro a crisi e quindi avere degli alimenti energetici di scorta a disposizione del team.

In una giornata quante calorie bruci e che tipo di allenamento fai?
Di solito ci si cerca di fare almeno un allenamento al giorno in palestra, poi quando si esce in barca si può stare anche tutta la giornata in mare.
Come canottiere posso dirti che si consumano circa 6000 calorie al giorno, mentre come grinder è molto vario e dipende dalla durata delle uscite in mare. Mi sono sempre allenato usando il vogatore Concept2, che mi ha permesso di raggiungere più facilmente la forma desiderata. Normalmente allenandomi con il RowErg Concept2 brucio circa 1000 calorie l’ora.

La tua routine giornaliera qual è?
Dopo colazione inizio facendo un po di stretching perché sono pigro, quindi inizio molto molto lentamente.. 🙂

Descrivici quali sono state emozioni più grandi della tua carriera
I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono 4-5 al massimo, tutto il resto fa volume.
Uno di quei giorni è stato quando ho vinto la medaglia di Londra 2012 perché alla fine stavo veramente per vincere le Olimpiadi, non dovevo nemmeno andarle a fare e mi sono ritrovato con una medaglia al collo. Quella è un’emozione che sia io, sia tutti quelli che mi conoscono, non dimenticheremo mai. Probabilmente proprio perché inaspettata, fu molto emozionante. Eravamo un equipaggio formato da poco e non ci conosceva nessuno. E nemmeno io conoscevo il mio valore, me ne sono reso conto lì, non ero andato a Londra per prendere una medaglia ma per fare un esperienza olimpica. Desideravo fare una bella gara verificare se tutto l’allenamento che avevo fatto poteva portarmi a qualcosa di buono. Mi sentivo realizzato già di essere arrivato alla finale olimpica. Quella serenità ci ha fatto disputare una gara con quella freddezza e determinazione necessaria. Tutti ci davano per spacciati, tranne noi. Ci abbiamo creduto e siamo riusciti a regalare un sogno.

Tutti gli italiani che ti hanno seguito portano nel cuore emozioni indelebili, e tu?
Dalla Coppa America, l’emozione che mi porto dentro è quella dell’ultimo giorno quando eravamo sul palco per la premiazione noi con la medaglia di partecipazione e loro con la coppa da vincitore. In quel momento un po’ di rabbia l’ho percepita perché quando loro hanno iniziato a spruzzare champagne e il vento ci portava addosso tutte le bollicine, ricordo benissimo che avevo accanto a me il nostro timoniere Francesco Bruni a cui dissi: “Checco ricordati questi odori perché con questi odori faremo la rabbia per costruire la prossima coppa.”

Quindi la tua prossima sfida sarà una nuova Coppa America?
Sì spero di ripartire al più presto perché la Coppa America diventa un’ossessione quando ci arrivi così vicino. Quando sei sul palco ad un metro dalla coppa e non puoi toccarla perché non l’hai vinta, ti rode veramente tanto. Mi sto specializzando sempre di più in questo settore che mi sta appassionando moltissimo. è anche il miglior modo di tenermi in forma.

Dove è nata la tua passione per lo sport?
Ho iniziato la mia carriera da ragazzino nel gruppo giovanile della Forestale che ora non esiste più perché sono diventati Carabinieri. Finita la sessione giovanile, mi sono trasferito a Roma dove ho iniziato a remare con il circolo Canottiere Aniene, dove sono socio tutt’ora e dove ho vinto diversi mondiali under 23. Tutti i ragazzi che remavano con me, oggi sono dei professionisti: chi fa l’avvocato, chi l’imprenditore, e continuano a frequentare il circolo canottieri Aniene dove mi fa piacere vederli e dove ogni tanto passiamo una giornata insieme.
Dopo qualche anno, sono stato contattato dalle Fiamme Gialle perché Franco Cattaneo aveva visto qualcosa di buono in me e quindi mi avevano chiamato per chiedermi se ero interessata a far parte della squadra. Io sinceramente non vedevo l’ora perché Sabaudia come posto per vivere mi ha sempre affascinato e quindi non c’ho pensato due volte e sono passato ad allenarmi con le Fiamme Gialle. Anche perché la nostra squadra, lo era allora ma lo è tuttora, era famosa per la avere sempre nella rosa grandi atleti che vincono medaglie alle olimpiadi e quindi l’ho sempre vista come una palestra e un punto di partenza per andare a costruire qualcosa per il mio futuro Olimpico.

Quindi devi tanto alle Fiamme Gialle?
Devo tutto alle Fiamme Gialle perché loro mi hanno creato e mi hanno portato da atleta a professionista.
Hanno investito in me. L’anno di Londra 2012, tutta la caserma ha iniziato a lavorare per farci stare al meglio in quel periodo dove noi non eravamo con la nazionale. Tutti hanno contribuito e quindi è stato un anno di grande festa che ricordiamo ancora oggi anche se sono passati quasi 10 anni. Quella medaglia l’abbiamo vinta tutti come squadra. Noi adesso abbiamo preso la medaglia alle Olimpiadi ma tutto lo staff ha collaborato nel suo piccolo, perché tutti ci hanno permesso di stare nello stato migliore per portare a casa un successo.

Quindi le Fiamme Gialle sono state per te come una vera e propria famiglia… A proposito di famiglia, ho visto una bellissima foto con le tue bimbe, che età hanno? vivono anche loro la tua stessa passione?
4 Lara e 9 anni Lavinia. La cosa bella della Coppa America è che nella manifestazione si riesce a coinvolgere anche tutta la famiglia. Mia moglie Sara e le bambine frequentavano molto spesso la base dove noi avevamo la barca. Erano lì, perché si organizzavano delle giornate dedicate alle famiglie dove potevano vedere noi che facevamo gli allenamenti, che uscivamo in barca, oppure semplicemente venivano coinvolte in giochi sempre con lo spirito del team e di aggregazione. E questo per loro è stato molto bello.
Oggi quando sento mia figlia di 4 anni che dice “Io sono di Luna rossa” vuol dire che si è trasmesso loro qualcosa di forte che se lo ricorderanno per tutta la vita! Ho detto a Max Sirena: noi abbiamo preso ormai questo impegno di portare la Coppa America in Italia. E se non lo faremo noi lo faranno i nostri figli che hanno visto e che hanno nel cuore queste immagini!

Quanto tempo vi siete trattenuti in Nuova Zelanda ? La tua famiglia è stata li con te?
Sette mesi, ma l’avventura della Coppa America è durata tre anni. La cosa che mi fa piacere è che nonostante i vari spostamenti, traslochi e lo stare fuori casa, le mie figlie l’hanno vissuta come un gioco e non vedono l’ora di ripartire. Questa cosa mi fa molto piacere, sono fortunato di avere accanto una persona come mia moglie che mi fa stare tranquillo, mi sostiene e mi fa lavorare sempre per i miei obiettivi. Proprio perché mi rendo conto che viaggiare portandosi dietro la famiglia è molto complicato, sono convinto che se non ci fosse stata lei, non sarei riuscito a portare avanti la sfida in Coppa America. L’ho raccontato anche nel libro che ha scritto Gianluca Atlante dal titolo “Dentro Luna Rossa”, uscito recentemente e presentato nel salone del CONI. Ogni giorno che uscivamo in mare, le famiglie venivano lì con le bandierine e gli striscioni a salutarci.

Mogli, bambini, amici, con le magliette a fare il tifo…
Sono stati momenti straordinari ed emozionanti!

Complimenti per tutto, sei un grande, te lo sei meritato e in bocca al lupo per le prossime sfide!

 

Intervista tratta dalla rivista Destinazione Benessere n°22 di Novembre 2021

 

 

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